| Jesus Patibilis: continua la riflessione sulla Croce L'opera e le ispirazioni di William Congdon lunedì 26 giugno 2006, alle ore 20.45, nella Sala del Comune di Sesto al Reghena
L'Accademia San Marco di Pordenone, l'Abbazia Benedettina di Santa Maria di Sesto, con il contributo dell'Associazione Propordenone, del Comune di Sesto al Reghena e di Banca Popolare Friuladria presentano Rodolfo Balzarotti Lo Jesus Patibilis di William Congdon, con foto di Elio Ciol Sesto al Reghena, Sala Consiliare, Lunedì 26 giugno 2006, ore 20.45 Balzarotti, Direttore della The William G. Congdon Foundation, critico d'arte e saggista, ha tra l'altro pubblicato Il Cantiere dell'Artista (Milano 1983) e, insieme a Fred Licht e Peter Selz, il volume Congdon. Una vita (Milano 1992) William Congdon (1912-1998) fu esponente di spicco della Scuola di New York, insieme a Pollock, Rothko, Barnett Newman, de Kooning e altri. Visse tuttavia quasi sempre all'estero, soprattutto in Italia, dove nel 1959 si convertì al cattolicesimo. Da questo momento si fanno sempre più radi i suoi rapporti con il mondo dell'arte. In una solitudine quasi monastica, egli continua a dipingere prevalentemente vedute urbane e paesaggi in un linguaggio fortemente gestuale e materico. Tuttavia, per circa vent'anni - nel corso dei quali risiede in Assisi - si cimenta anche con l'immagine del Cristo Crocefisso, di cui esegue numerosissime versioni con esiti che lo allontanano sempre più dall'iconografia tradizionale. Nel 1979 si trasferisce nella campagna a sud ovest di Milano, nei pressi di un monastero benedettino, dove vive e lavora fino alla morte. Abbandonata ogni tematica esplicitamente religiosa, si concentra sul paesaggio circostante la cui contemplazione gli ispira opere che pervengono ad una sintesi assoluta di materia, colore e luce. Tra il 1960 ed il 1980 esegue quasi 200 versioni raffiguranti il tema della Crocifissione. In ciascuno di esse è possibile seguire il filo di una ricerca inesausta che, sullo sfondo della tradizione iconografica ma anche dell'esperienza tragica del XX secolo, persegue una sempre più intima penetrazione - in termini plastici e non meramente intellettuali - del mistero del sacrificio di Cristo, tra Venerdì e Sabato Santo. La progressiva sparizione della croce e, insieme, la consumazione del corpo di Gesù evocano una "discesa agli inferi" al termine della quale ci è dato intuire l'"impossibile" innesto della vita nella morte, del divino nell'umano.: "Tutto sparisce ciò che non penetra dentro e più dentro ancora, oltre ogni riconoscibile, fino all'ultimo, al "nervo" immagine della resurrezione, il quale appare in qualche mio quadro del Crocefisso per diventare "osso" inghiottito dalla nebbia della morte".
|