14 luglio 2006 Gli alpini di Bagnarola tra cronaca e storia: la relazione del Prof. TrevisanMettiamo a disposizione di tutti la prolusione che il prof. Trevisan ha pronunciato in occasione della presentazione del libro sulla storia degli Alpini di Bagnarola.
Relazione del prof. IVAN TREVISAN Alcuni anni or sono un illetterato, ex-emigrante, di Cordenons vinse inaspettatamente un premio letterario con le memorie della sua lunga e travagliata esistenza. A commento di tale riconoscimento egli se ne uscì con la lapidaria e un po’ sorprendente affermazione che ogni uomo dovrebbe avere l’obiettivo – e, aggiungiamo noi, anche le opportunità – di fare tre cose nella vita: mettere al mondo un figlio, costruirsi una casa e scrivere un libro. Sottinteso: un libro che racconti la corsa ad ostacoli della sua vita, affinché tale patrimonio d’esperienza non vada disperso e le generazioni future non debbano ricominciare a rompersi le ossa come se quelle dei loro padri e nonni non avessero mai scricchiolato. Senza saperlo, l’illetterato contadino di Cordenons in fondo concordava appieno con l’invito di un noto intellettuale del Novecento, Alberto Savinio, che, all’indomani della seconda guerra mondiale, esortava così i contemporanei: «Narrate uomini. Narrate la vostra storia». Beh, è lecito dubitare che gli Alpini di Bagnarola abbiano inteso dare una consapevole risposta a tale esortazione quando, in occasione del 50° anniversario di fondazione del loro Gruppo, hanno avvertito l’urgenza di compendiare in un libro il bilancio di mezzo secolo di cammino della loro associazione. Di certo, però, l’impulso che li ha animati ad affrontare un’impresa così ardua, per non dire temeraria, come essi ora, a opera conclusa, ben sanno, nasce dalla stessa esigenza – tutta umana – di impedire all’oblio di ricoprire con le sue ruggini e le sue polveri ciò che del passato si reputa – nel bene e nel male – meritevole di memoria, perché fa parte di noi, perché ci ha lasciato in eredità fierezza o magari mestizia, dolcezza di ricordi o ferite mai cicatrizzate, ma che, comunque, ci ha plasmati. Ci ha donato identità. E così eccolo qui il libro del cinquantenario, fresco di stampa. Con la sua bella copertina, impreziosita da una delle ultime, se non l’ultima, opera di un artista bagnarolese mio – e di certo anche di molti fra voi – incomparabile amico, troppo prematuramente scomparso: Lionello Natale Fioretti. Oltre che a lui, il nostro plauso e il nostro corale grazie va a tutti coloro che, con la loro tenacia e la loro perseveranza, hanno reso possibile la realizzazione di questo prezioso contenitore di memoria collettiva. Non è stato facile, credetemi, imbrigliare e trasformare quello che era solo un sogno in un fiume ininterrotto di immagini e di parole. Né sono mancati, durante la lunga gestazione, i momenti di stanchezza e di dubbio. Si sono dovuti operare dei dolorosi, ma indispensabili sfrondamenti e tagli; si è dovuto, pur nel rispetto della peculiarità di ogni intervento, amalgamare la forma lessicale e sintattica, e infine disporre l’eterogeneo materiale secondo un disegno non sempre facile da individuare e da articolare. Dunque, un grazie meritato ai curatori Paolo Belluzzo, Celestino Innocente, Luciano Zanon, ai loro collaboratori Franco Gremese e Mario Baldoni, alla tipografia Ellerani e ai tanti che hanno messo a disposizione della redazione documenti e personali ricordi. Il titolo prescelto cerca di sintetizzare al meglio, nel suo didascalico enunciato, il contenuto della pubblicazione: “Gli Alpini di Bagnarola tra cronaca e storia, 1953 – 2003”. Cronaca e storia, dunque. Già, perché il progetto fin dall’inizio è andato strutturandosi in due sezioni, più un’appendice con gli elenchi nominali degli iscritti, dei direttivi e dei simpatizzanti del Gruppo nell’arco di tempo considerato. La prima delle due sezioni è quella, quasi diaristica, che, snocciolandoli anno dopo anno, ripercorre i piccoli e grandi eventi del Gruppo, dalle difficoltà degli inizi pionieristici fino alle ammirevoli realizzazioni del recente passato (due su tutte: il ripristino della chiesetta di San Pietro e la costruzione della nuova sede). Cinquant’anni di cronaca puntigliosa, una lunga sequenza di fotogrammi che concorrono a proiettare una pellicola a lieto fine, costellata non di clamorosi colpi di scena, ma di appuntamenti annuali forse un po’ monotoni nella loro ripetitività, eppur sempre animati da un grande entusiasmo e, soprattutto, da una partecipazione via via sempre più nutrita. E’ questa gioia dello “stare insieme” che, dello spirito alpino, forse colpisce di più i profani. E tra quest’ultimi mi ci metto anch’io, che il cappello con la penna mai l’ho portato. Ebbene, sinceramente ho sempre stentato a individuare, per gli oceanici raduni alpini, una motivazione che non è stato quella di un certo esibizionistico orgoglio di Corpo. Però, proprio in una delle testimonianze raccolte in questo libro, ho trovato una diversa, illuminante spiegazione, molto più elementare e, perciò, forse più vera. Cito testualmente: partecipare ai raduni significa tornare reclute per un giorno. Insomma sì, tornare alla beata spensieratezza dei vent’anni, all’iniziazione alla vita con la disciplina e lo spirito di gruppo, con l’allegria e, perché no, con il brindisi collettivo, che cementa le amicizie. Tornare ai vent’anni... Chi, tra coloro che li hanno salutati da un pezzo, non lo sogna? Ebbene, gli Alpini, con una delle loro non insolite magie, una volta all’anno ci riescono. 0, almeno, ci provano. Colpisce, al di là della “cultura del fare”, del partecipare, dello spendersi – sempre senza clamori, senza ansie di protagonismo – l’ironia di fondo. Sì, per fortuna gli Alpini sanno ancora ridere. Solo chi ha conosciuto o memorizzato la tragedia sa assaporare le gioie semplici del vivere. E, magari, del sorridere con garbo anche di se stessi e delle proprie vicissitudini quotidiane. Esemplare, a tale proposito, è nel libro il racconto della disavventura di Guerrino Milan, finito accidentalmente nelle acque del Lemene nel marzo 1981. Una pagina degna della penna di Wodehouse. E che dire dell’esilarante “La trappola”, narrataci, con sottile umorismo, da Sandro Toffolon, che conclude così il suo intervento: «Morale della storia: se vi trovate per caso da Boz a Bagnarola, non fidatevi della grappa e dei sigari: bevete Coca Cola!». Eh già, Bepi Boz. In un’ideale galleria di ritratti dei fondatori del Gruppo, di certo gli spetta il posto d’onore. Vulcanico, sanguigno, arguto e generoso, fu l’anima del Gruppo per più di un quarto di secolo. E, accanto a lui, tanti altri che, come si dice con bella espressione nel gergo alpino, “sono andati avanti”: Ermenegildo Zamparo (1963), Ottavio Nimis (1966), Giacomo Quarin (1976), Annibale Montico (1994), Guerrino Milan (1999), Dante Nimis (2000), Aurelio Battiston (2003) e Andrea Sigalotti (2005). Se la prima parte del libro ci regala, oltre a questa sequenza di fuggevoli ritratti, anche degli scampoli di autentico divertimento, la seconda, intitolata “I nostri Alpini in guerra”, fa invece appello alla nostra capacità di riflessione, evocando gli angosciosi scenari della seconda guerra mondiale, nei quali anche gli Alpini di Bagnarola e Ramuscello pagarono il loro silenzioso, straziante tributo di sofferenza e di sangue. Impossibile qui, stasera, menzionarli tutti. E tuttavia, una volta sfogliato il libro, impossibile dimenticarne anche uno solo. A cominciare dai “veci”, i sopravvissuti, la cui voce, dopo tanti anni, è riuscita ancora a ricostruire incredibili odissee. Come quella di Aurelio Battiston, cinque volte alpino, come dice lui, perché per ben cinque volte richiamato in servizio, tra il 1930 e il 1940. E che dire di Angelo Gruarin, che con un congelamento di 2° grado ai piedi, in Albania, rifiuta l’aiuto di un compaesano nella marcia di 6 Km verso l’ospedale, con l’incredibile giustificazione: «No volevi disturbà». Echi remoti. Ai nostri orecchi del 2006, vicissitudini a stento credibili. Come quella, picaresca, di Antonio Innocente, sballottato per mezza Europa con il poco invidiabile “status” di prigioniero di guerra, dapprima preda dei tedeschi, poi dei francesi: sempre sconfitto, ma mai vinto nella sua integrità di uomo. O come Lino Luchin, che, con invidiabile “aplomb”, ci narra dei 700 Km di marcia a piedi (trenta o quaranta Km al giorno) verso il fronte del Don, della fame e dei manicaretti – si fa per dire – a base di gatto, del pane ghiacciato spezzato con il piccone, del fuoco vomitato dalle katiusce e del gelo che non dava scampo, fino a congelargli i piedi E, infine, Secondo Ceolin, detto Bepi, conducente di muli, tra i quali, come avrete modo di leggere con un certo spasso, la mitica Rosetta. Bepi si schermisce con modestia: «In guerra non ho fatto grandi cose». E invece no, perché almeno una cosa memorabile l’ha fatta, quando, dopo il «rompete le righe» seguito all’8 settembre 1943, sulla strada di casa, da Tarcento verso Versola, giunto sul canale Ledra, spezzò il suo fucile “91” in più pezzi e lo gettò in acqua accompagnando il lancio con il fulminante epitaffio: «Adès no ti còpis pi nissùn». E, poi, i sopravvissuti all’orrore della notte maledetta del 28 marzo 1942, nel mare Jonio, quando la motonave Galilea, con 1500 uomini a bordo, colpita da un siluro s’inabissò nella nera pece di un mare in tempesta. Dei 1300 circa tra ufficiali e Alpini imbarcati, saranno soltanto 207 gli scampati. Tutti in modo assolutamente fortuito. Autentici miracolati. Tra di essi, Giacomo Antoniali, già pianto morto nella sua casa di Bagnarola, tanto che – è lui stesso a raccontarlo – suo padre era andato dal “plevàn” per far celebrare una messa di suffragio. E Angelo Ellero di Ramuscello, che coraggiosamente si tuffa in mare e, con la forza della disperazione, si aggrappa a qualsiasi cosa galleggi e risulterà, alla fine, uno tra i soli quattro superstiti dei quindici avvinghiati a una zattera. E Francesco Morassut, che riesce a salvarsi benché candidamente confessi: «Io non sapevo nuotare! » . Ad accomunarli tutti, al ritorno a casa, oltre all’indicibile gioia, anche un profondo senso di disagio difronte agli occhi imploranti dei familiari di coloro che invece non ce l’avevano fatta. E il grande pudore nel rievocare quella notte da tregenda. Racconta la figlia di Virginio Valent: «Non riuscimmo mai a convincerlo a raccontare la sua storia in quel naufragio. La reazione era sempre la stessa: si alzava, dava una vaga risposta, si commuoveva e poi spariva nell’orto». Già, come raccontare l’Apocalisse? Undici figli piansero Bagnarola e Ramuscello in quella catastrofe. Ma, siccome al peggio non v’è mai limite, ecco, solo una manciata di mesi più tardi l’inferno bianco e gelato delle steppe russe, che inghiottì famelicamente migliaia e migliaia di penne nere. Tra di esse, ancora, sedici Alpini di Bagnarola e Ramuscello. Di loro, oltre al nome e alle scarne indicazioni biografiche, oltre al ricordo e al rimpianto di chi li conobbe, li amò e li pianse, che cosa ci resta oggi? Ben poco. Ma è grande merito dei promotori e curatori del libro l’essere riusciti a recuperare, là dove è stato possibile, grazie alla generosa collaborazione dei familiari, la loro ultima corrispondenza dal fronte. Sono lettere, cartoline postali, bigliettini, vergati spesso con grafia incerta, con lessico elementare, con frequenti sgrammaticature e con inattese difficoltà tecniche. (Antonio Infanti, ad esempio, così scrive: «Mamma, mi scuserai se ti ho scritto con il lapis, ma non tengo né penna e neanche l’inchiostro e poi ti dico che i pidocchi ne tengo tanti che mi portano a spasso»). Eppure, nella loro semplicità quasi naif, questi messaggi sì rivelano capaci di trasmettere una “pietas” e un “pathos” che forse nessun dotto resoconto mai riuscirebbe a irradiare. Nel leggerli, spesso ci assale l’imbarazzo di violare la sacralità di sentimenti sempre delicati, sempre struggenti nei confronti dei congiunti lontani. Così, per esempio, ci pare quasi un’indebita intrusione nella sfera più intima dell’affettività rileggere la lettera datata 27 ottobre 1942, in cui Guerrino Zanon, fresco padre di una figlia che non ha mai visto e che mai vedrà, così scrive alla moglie che gli ha inviato la prima foto della neonata: «Tu non puoi immaginare la gioia che mi hai procurato nel cuore nel momento che sentii chiamare per una lettera, sentendo il peso di una fotografia. Il cuore e le mani mi tremavano dalla gioia. Mi sentii spinto a un momento di solitudine. Ormai solo, in una casa che faccio servire per mio lavoro, le lacrime mi spuntarono dagli occhi». In un tale ambito, concorderete con me, è giocoforza aggirarsi con passo leggero. Sottovoce. Con un riguardo che, tuttavia, non deve abdicare al dovere della testimonianza e a quello, altrettanto doveroso, del ricordo. Le voci lontane e perdute che spirano da quei fogli ingialliti ci parlano di cose minute (la censura militare proibiva infatti ogni accenno a fatti bellici o politici), cercano di rassicurare i corrispondenti, tentano di riannodare il filo spezzato con una quotidianità di paese che, a quelle latitudini estreme e ostili, appariva favolosa e agognata. Così scrive alla sorella Elvira, il 1° settembre 1942, Celio Stefanuto: «Fammi sapere qualcosa, ora immagino che vi state tranquillamente bevendo il Bacò. Mi raccomando di lasciarne un po’ per me, che in breve vengo a berlo». Inutile dire che quel sogno restò tale. Celio Stefanuto, figlio di Bagnarola, Friuli, morirà prigioniero di guerra nel remoto, esotico Turkestan, Unione Sovietica, il 4 maggio 1945, senza sapere il perché, senza aver potuto riassaporare il gusto asprigno del vino della sua terra e della sua giovinezza stroncata. E strazia la storia dei fratelli Nonis. Oggigiorno si riesuma con generosità il blasone di “eroe”. Come definire, allora, Angelo Nonis, sergente, di Ramuscello, che, “uscito dall’accerchiamento di Karkow”, si accorse che suo fratello - Antonio, minore di 8 anni - non si trovava. E allora si mise a gridare: «No torni a cjasa da me mari sensa me fradi», e chiese e ottenne di ritornare indietro nella sacca, che i russi stavano per chiudere, per recuperare il fratello più giovane. Non torneranno nè l’uno nè l’altro. L’immagine in lenta dissolvenza di Angelo Nonis che, per amore fraterno, inverte il proprio senso di marcia nella fiumana della ritirata, resterà uno tra i flash più toccanti, io ritengo, di tutta quell’atroce epopea. E’, d’altronde, lo stesso amore che il 26 febbraio 1941 aveva indotto Guerrino Zanon a scrivere, dal fronte albanese: «Speriamo mi farete sapere qualcosa del fratello Giuseppe, dov’è, di che corpo sia. Speriamo che il fratello non verrà subito qua. Piuttosto di vederlo venire qua anche lui, preferirei fare io anche la sua parte». Un destino beffardo li stava aspettando al varco entrambi molto più lontano dell’Albania, lassù in Russia, dove Guerrino risulterà disperso in combattimento sul fronte del Don e Bepi soccomberà agli stenti in un campo di prigionia in data sconosciuta. Tante vicende, dunque, di giovani uomini falciati dalle fatalità e dalle follie di una storia crudele. Ma anche racconto del vuoto da essi lasciato. Come un cono d’ombra che, fatalmente, si proiettò sulle loro famiglie, sprofondandole in uno sbigottito sconforto. Colpisce e stupisce la dignità del dolore dei parenti. Profondissimo, ma mai esibito, mai urlato. A cominciare da quello delle madri. Viene subito in mente la mamma di Primo Odorico, che aveva già perso un figlio, Cesare, in Albania, la quale, abitando in via Venchiaredo, andava nella vicina stazione ferroviaria e attendeva l’arrivo delle littorine. Guardava i viaggiatori che scendevano dai treni, sperando di intravvedere la figura di Primo e poi, quando tutti erano usciti dalla stazione, ritornava malinconicamente a casa. Ricorda oggi la figlia Amabile: «Quante volte fece quel tragitto! Poi non andò più alla stazione: aveva perso la speranza di riabbracciare il figlio». E, ancora, la madre di Luigi Sovran, di Ramuscello. Ricorda un pronipote che il giorno in cui Luigi partì per la guerra, sua madre, sulla soglia di casa, quasi con il presentimento di non vederlo mai più, gli aveva consegnato una piccola medaglietta con l’immagine della Madonna di Rosa e l’aveva abbracciato con gli occhi gonfi di lacrime. Le spoglie di Luigi, deceduto nell’ospedale da campo 615 ad Anawka il 23 dicembre 1942, dopo cinquant’anni furono riportate a Ramuscello. Ebbene, insieme ai poveri resti c’erano solo due oggetti: la piastrina di riconoscimento e quella medaglietta che tanto amorevolmente la mamma gli aveva appeso al collo tanti anni prima. E come dimenticare la madre e il padre di Giovanni Battiston, impietriti in un lutto senza parole? Così racconta la sorella Assunta: «In seguito a ricerche effettuate, venimmo a sapere che Giovanni, durante la ritirata, era stato lasciato dai suoi compagni in un’isba, presso una famiglia russa. Aveva i piedi congelati e perciò non poteva camminare. Intanto il tempo passava e notizie di mio fratello non ne arrivavano. Mia madre si chiuse in un silenzio assoluto, come d’altronde fece mio padre. Le grandi festività, che portano gioia e riuniscono le famiglie, per noi rinnovavano invece la memoria di mio fratello. Mia madre piangeva di nascosto. C’era una sedia vuota a tavola: era quella di Giovanni». Mi piace concludere questo difficile excursus nella pena di tante famiglie così duramente provate, con le parole, anche letterariamente ispirate, di Silvana Zanon, figlia di Guerrino, la quale, come si disse, mai conobbe il padre: «La vita mia e di mia madre? Battesimo, cresima, il diploma, il matrimonio, la nascita dei miei due figli... e lui non c’era! Nessuna festa è stata gioiosa nella nostra casa, e non ci bastava e non ci basta il suo ricordo pur sempre vivo e pieno di amore. Spesso guardo mio figlio ventiquattrenne, che assomiglia straordinariamente al nonno, e penso che ha tutta la vita da vivere. Mio padre e mio zio, alla sua età avevano ormai la vita alle spalle, e ciò, anche dopo sessant’anni, mi sembra insopportabile.
Non deve accadere mai più!» Mi sembra che non possa esserci miglior chiusa di questo perentorio, condivisibile monito. Quasi un imperativo morale, per le generazioni presenti e future: «Non deve accadere mai più!» Segue la testimonianza di un familiare dei Caduti: La mia mini storia da orfana.
Ero bambina a Udine, in collegio, e abbastanza spesso mi sentivo dire che mio padre e i suoi compagni erano dei vigliacchi che avevano invaso un popolo innocente. Da ragazzina mi vergognavo di essere figlia di un alpino disperso in Russia perché avevo bisogno della carità degli altri italiani per studiare. Da ragazza ho insegnato a Chiusaforte nella Caserma dell’8° batt. Cividale poi ho conosciuto don Caneva e tramite lui Giulio Bedeschi; abbiamo avuto modo di parlare a lungo. Mi hanno spiegato e ho capito quanto coraggio ci vuole per obbedire agli ordini, anche sciagurati, e quanta dignità per patire e morire come hanno fatto gli Alpini in Russia. Ho infine accettato il mio lutto; ho maturato finalmente l’orgoglio di essere figlia di mio padre, nipote di mio zio. Questa sera vorrei ringraziare gli alpini di Bagnarola e tutti coloro che con la loro disponibilità, ma soprattutto con la volontà della memoria hanno permesso la nascita di questo libro. Noi famigliari potevamo fare solo la cronaca. Voi tutti avete fatto la Storia. Grazie
Silvana Zanon
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