Personale di Paolo Figar

Opere di pittura e scultura nel Salone Abbaziale, fino al 20 maggio

Paolo Figar - Figure

Salone della Foresteria Abbaziale
dal 21 aprile al 20 maggio 2007

Apertura dal mercoledì alla domenica dalle 15 alle 19

FIGURE
Abbazia benedettina di Sesto al Reghena
Opere di Paolo Figar
Salone Abbaziale
21 aprile – 21 maggio 2007

 

Un incontro predestinato

L’incontro tra Paolo Figar e l’abbazia romanica di Sesto al Reghena era, si può dire, scritto nelle stelle, data l’evidente congruenza tra il sito – certo uno dei più suggestivi della regione Friuli Venezia Giulia per storia e architettura – e lo spirito della scultura e della pittura del nostro artista, che è, tentando di definirlo in breve, spirito interrogante, sospeso, mai semplicemente naturalistico.
 Sembrano queste infatti  le parole con cui si possono, in breve, definire una pittura e una scultura che da un lato scelgono la semplificazione – dei piani degli spazi e delle cromie – come loro dato portante, e dall’altro inseriscono elementi figurativi, il cui scopo è esplicitamente quello di allontanare chi guarda da ogni idea di realismo rappresentativo, oltre quanto già vi è di straniante nelle opere proprio in virtù della perseguita semplificazione cui prima si accennava.
 Attenzione però, questi elementi stranianti – il fuoco sulla schiena della figura protesa, i lunghi cappelli sulla testa degli astronomi, le architetture in simbiosi con le figure etc. – non risultano mai essere cose appiccicate, originalità disturbanti, al contrario, definiscono un’ “alterità” – nei confronti di ciò che è quotidiano – che viene proposta all’osservatore come una diversa possibilità rispetto alla vita di tutti i giorni, la quale è vita dominata dalla categoria dell’utile, cioè vita in cui ogni cosa rischia di essere semplicemente mezzo per altra cosa, mai valore in sé.
 E’ attorno a questo tema che ruota la meditazione di Figar, il quale ci propone una serie di figure, che sono in continua dissonanza rispetto a quell’idea.
 Si prenda il “ Parsifal”, per esempio, questo astronauta bloccato nello stupore della sue visioni astrali, questo indagatore della conoscenza che sarebbe l’altra faccia di tutti noi, se riuscissimo, anche per poco, ad uscire dalle contraddizioni che ci soffocano nella vita individuale e nella vita sociale; si prenda “Pesce crudo”, questa figura femminile altrettanto stupefatta e meravigliata, e proprio per questo perfettamente credibile nonostante il pesce che le adorna il petto: perché il pesce sottolinea, in questo caso, proprio la sua appartenenza ad un tipo di umanità non  in linea con ciò che è convenzionale, inverificato, dogmatico, quindi probabilmente morto.
 Anche gli architetti astronomi sono nel novero di queste presenze misteriose, indaganti ciò che è “Metà ta fisica”, oltre le cose fisiche che si vedono e si toccano, insomma oltre le apparenze, oltre lo scopo utilitaristico che guida continuamente le nostre decisioni.
 Questo spiega bene anche la propensione di Figar alle figure religiose, l’ieratico San Michele, per esempio, modernissima reinterpretazione di una antica figura di cui si riprende e si rispetta l’iconografia medievale, tra arte bizantina e romanica; la Maddalena, il San Giovanni, e pio i due crocifissi, che esprimono inalterata sacralità proprio attraverso una coraggiosa semplificazione, che mantiene intatta la credibilità plastica dei corpi.
 Ciò che è religioso, infatti, anche  preso in senso generale e non confessionale, vuol essere alternativo rispetto a ciò che è utilitaristico, non soggioga i fini ai mezzi, attribuisce un valore specifico alle cose in rapporto al valore assoluto rappresentato dalla divinità.
 Sulle opere di pittura di Figar, anch’esse presenti in numero significativo in questa mostra, non si debbono dire cose sostanzialmente diverse  da quelle che si sono fin qui dette attorno alle sculture: si esprime in esse, infatti la stessa scelta di semplificazione, la stessa allusività interrogativa e latamente simbolica, e ciò mediante un uso del colore per fasce primarie e campiture ben definite, mentre la capacità modellatrice dell’artista si vede, come del resto nelle sculture, in tutta la sua pregnante e sicura modernità.
 Non ci pare dunque di aver sbagliato, quando all’inizio dicevamo della congruità tra il sito di questa mostra – l’Abbazia benedettina di Sesto al Reghena – e l’intima natura delle opere che vengono esposte: luogo di sospensione del quotidiano, e di meditazione, il primo; opere interroganti, che chiamano alla riflessione, che inducono ad una sosta, le seconde.

Giancarlo Pauletto

Ingresso Gratuito

Paolo Figar è nato a Gorizia il 16 gennaio 1968. Ha compiuto i suoi studi prima all'Istituto d'Arte di Gorizia, poi all'Accademia di Belle Arti di Venezia, sotto la guida del maestro Franco Dugo, che l'ha seguito nel lavoro anche dopo gli studi. Le prime opere esposte sono sculture (1987). Negli anni dell'Accademia sposta il suo interesse verso la pittura figurativa, senza mai smettere di scolpire. Finiti gli studi lentamente torna all'espressione plastica.

In occasione della mostra promossa dalla BNL a Roma una sua acqua forte è stata selezionata e acquistata con la tiratura completa. Le sue opere si trovano nella collezione della Galleria Sagittaria a Pordenone, nel Museo Civico di Pordenone, al Museo Civico di Olomouc (Repubblica Ceca), presso collezioni private in Italia ed all'Estero.

Arte contemporanea di uno scultore affermato
“La Speranza” di Paolo Figar - Da L'Abbazia di Aprile - Maggio 2007

La “Speranza”, scultura in pietra di Paolo Figar che , fa oggi bella mostra di sé nella parte sinistra della cripta dell’Abbazia di Sesto al Reghena, è arte contemporanea nel preciso senso della parola ed è, nello stesso tempo, molto adatta al sito in cui è collocata.
L’arte contemporanea, infatti, non è necessariamente astratta, o difficile, o intellettualistica, può essere anche colta rielaborazione di motivi della tradizione, originale sintesi di idee e stili che , pur appartenendo al passato, hanno ancora molto da dire agli uomini dei nostri giorni, purchè l’artista che opera – com’è il caso di Paolo Figar – abbia precisa coscienza della sua azione e abbia inoltre maturato uno stile che lo renda ben riconoscibile.
Quanto a questa seconda edizione, Figar è artista ormai ben noto non solo in area goriziana e friulana, ma anche nazionale, e la sua capacità di esprimere con la scultura – ma anche con la pittura e la grafica – una visione assorta e contemplativa dell’esistenza è ormai stata riconosciuta da molti; una capacità che tra l’altro, lo rende particolarmente adatto ad affrontare tematiche di carattere latamente religioso, come appunto nel caso in questione.
La sua scultura – che rappresenta una bambina con le braccia aperte in atto di accoglienza – lascia riconoscere nella sua struttura e nelle sue linee suggerimenti che vengono sia dalla tradizione romanica – semplicità, solidità, spiritualità – sia dal geometrismo di matrice cubista – il volto risolto non naturalisticamente ma sinteticamente – sia dall’informale – l’uso espressivo della pietra grezza, raffinatamente usata a connotare mezza figura, forse anche con significato simbolico, essendo l’idea stessa della speranza quella di una propensione umana che è si presente e reale, ma che si proietta in un futuro non del tutto definito.
Tutti questi suggerimenti però, ben lontano dal contraddirsi, danno vita ad un’opera integralmente unitaria, perfettamente risolta nel suo significato.
Essa, di giusta dimensione rispetto all’ambiente – che è, come si sa, un ambiente anticamente utilizzato in funzione sepolcrale – lo connota ora in senso nettamente spirituale, lo fa diventare significativo assai più di quanto non possa fare la semplice consapevolezza della sua antica funzione, completando – in maniera egregia – uno spazio, quello della cripta, già straordinariamente ricco dal punto di vista artistico, con la trecentesca “Annunciazione”, il “Vesperbilt”, la famosa “Urna di santa Anastasia”.
A dimostrazione che l’arte contemporanea può ancora caratterizzarsi in funzione religiosa, nonostante la difficoltà del confronto con la grande tradizione del passato, e oltre il dilettantismo illustrativo, di cui tante volte dobbiamo a malincuore riconoscere la presenza nelle nostre chiese.

Prof. Giancarlo Pauletto