Sesta Rassegna Internazionale di Arte Sacra: Il Libro di Giobbe

Sesto al Reghena, Salone della Foresteria Abbaziale, da sabato 24 novembre 2007 a domenica 6 gennaio 2008

ARTISTI

Luca ALINARI
BLUER
Bruno CECCOBELLI
Antonio CRIVELLARI
Alberto DE CRESCENZO
Leonida DE FILIPPI
Claudio Mario FERUGLIO
Roberto FONTANA
Omar GALLIANI
Klaus Karl MEHRKENS
Marco MONALDI
Valentin OMAN
Bruno PALADIN
Antonio SGARBOSSA
Marco TAMBURRO
Etko TUTTA

Il commento critico del curatore della rassegna, il Professor Enzo Santese:

Il percorso della mostra inizia significativamente con le opere poste ai lati d’ingresso della Chiesa Abbaziale, due grandi tele che danno in qualche misura il clima dell’evento, in cui il silenzio è condizione fondamentale per riflettere sulle valenze del libro di Giobbe (1): da una parte la grande apertura paesaggistica di Claudio Mario Feruglio con la luce che abbacina la scena, in cui l’uomo è pura parvenza e si adopera per abbandonare i clamori della quotidianità per un incontro con il Divino; dall’altra il dipinto di Antonio Crivellari, con la trascrizione della parola “silenzio” in molte lingue dentro riquadri che hanno il loro centro nella scrittura fonetica della parola (2). Il testo biblico propone in Giobbe stesso l’esempio di pazienza di fronte a condizioni di dolore. E lo stato del singolo si dilata al collettivo, esprimendo il dramma del popolo ebraico come nazione, dopo la distruzione del regno e del tempio.(3)La questione del dolore, quale ineliminabile condizione terrena, è stata affrontata per secoli senza che la ragione abbia potuto mai aprire completamente gli orizzonti delle cause, che fanno parte integrante di un mistero, scritto in un libro della trascendenza. Il dolore dell’uomo è uno stimolo ad approfondire le ragioni dell’egoismo, le sopraffazioni, le violenze che il singolo o il gruppo attua nei confronti di altri.

E’ ricorrente la domanda “Perché, se Dio è infinitamente buono, consente che nel mondo vi siano continui episodi di barbarie, dolori fisici e morali, inquietudini sotterranee o esplicite, dolori ascritti a una sfera di imponderabile prospettiva?” La risposta resta difficile, per non dire impossibile, da millenni. L’antica sapienza sottolinea la completa impotenza della ragione nelle parole del “Papiro di Berlino 3024” (4), dove un suicida, “parlando” con la propria anima, vede la morte come unica soluzione al suo stato di profonda afflizione.
Chi ha fede inserisce la logica del dolore dentro un progetto trascendente del quale, afferma Gianfranco Ravasi, “possiamo al massimo intuire una coerenza generale” (5)


Giobbe diventa metafora della sofferenza, il suo volto si può allora riconoscere nell’espressione affranta di coloro che, ai margini della società, vivono logori e miseri andando anche in cerca di chi possa ascoltarne il lamento; dei bambini e delle donne sfruttati da logiche impietose di profitto; delle persone che sui letti d’ospedale attendono il momento della loro guarigione o, nell’ipotesi più disperata, quello della morte. E l’elenco delle varietà di dolore, dalle sue gradazioni più tragiche a quelle più sottili e apparentemente impercettibili, potrebbe continuare a lungo fino ad arrivare al complesso di disagi e difficoltà psicologiche generati dal ritmo frenetico delle città odierne, del lavoro, delle semplici relazioni con gli altri. Proprio in questo il vecchio Giobbe, paradigma di sopportazione oltre i limiti dell’umano, è guida nella conoscenza dell’uomo stesso, dell’esplorazione del mondo assurdo della sofferenza, alla ricerca di Dio, come ultima e più importante ancora di salvezza.

L’opera degli artisti, presenti alla rassegna, focalizza alcuni aspetti del problema dentro una luce interpretativa, diretta espressione della sensibilità dei rispettivi autori. In tal modo, lungo la necessità di attivare la cifra del silenzio (Antonio Crivellari, Claudio Mario Feruglio) per l’ascolto della voce più interna all’individuo, si snoda un’orbita di sensi punteggiata da alcune particolari situazioni in cui il singolo può trovarsi in grave imbarazzo e, in definitiva, in sicura sofferenza: nel rapporto con se stesso (Luca Alinari, Leonida De Filippi, Alberto De Crescenzo, Omar Galliani), con la società (Klaus Karl Mehrkens,Valentin Oman, Bruno Paladin), con gli eventi della quotidianità (Marco Monaldi, Antonio Sgarbossa, Marco Tamburro), con un generico destino di dolore (Bluer, Bruno Ceccobelli, Roberto Fontana, Etko Tutta). E nella sua globalità la rassegna fa emergere il predominio della figura umana, prospettata in una gamma di modalità che si distendono dalla nitida messa a fuoco dell’immagine fino alla sua sfumatura nell’indistinto.    

Luca Alinari confina nella poesia della favola la figura, astratta dalla sofferenza del vivere di ogni giorno. La pittura si distende in aree di colore dove le increspature, simbolicamente, rappresentano le punte ispide del quotidiano e i colori acquietano le tensioni in tonalità pacate. Il dialogo è fatto di sguardi, segnali espressivi potenti impegnati in una comunicazione muta, in cui non valgono le parole ma l’essenza degli atteggiamenti. Presenze che parlano di altri tempi e altri luoghi sono proiettate in primo piano a rappresentare il senso universale di una sofferenza, che si esorcizza anche con l’accettazione della realtà. Il racconto si distende in composizioni che trovano nell’effetto a smalto la forza significante della rinascita.


Nella pittura di Bluer (Lorenzo Viscidi) il nucleo ispiratore fondante è l’essenza della realtà, intesa nei suoi processi metamorfici, e l’energia del pensiero che si inarca tra mondo fisico e sfera spirituale. Questo medesimo impulso innerva la scultura o l’installazione, in cui giocano ruoli concomitanti le diverse peculiarità della materia usata, il plexiglas: prima fra tutte la trasparenza e la luminosità, che anche nell’accartocciamento degli elementi lasciano passare lo sguardo verso il centro, dove minimi rilievi figurali costituiscono l’anima palpitante dell’opera. Il riferimento al tema del dolore ingloba l’idea di un ripiegamento su se stessi per trovare lo scatto utile a risollevarsi e rigenerarsi, partendo proprio dagli effetti della sofferenza che fiacca e prostra.
Nella ricerca di Bruno Ceccobelli vi sono assonanze con il simbolismo alchemico; l’artista attinge profondamente agli emblemi di fonti arcaiche per affermare l’esigenza di un’arte che si ispira a valori etici ed estetici insieme. L’immagine, strappata apparentemente all’argilla e dislocata nella dimensione piatta della pittura, ha un che di sacrale nell’espressione, in cui si confrontano in maniera dialettica dati che alludono a motivi di decorazione a elementi che, invece, sono risolti con la velocità di una pennellata sospinta al nocciolo della questione espressiva. La figura dà l’idea di avere un volto scavato nella pietra e rivolto ieraticamente all’infinito; mentre una gestualità fatta di segni veloci è sospinta a inarcare tra sè e il fruitore il senso di uno straniamento mistico.
Antonio Crivellari propone un viaggio ricognitivo nelle varie espressioni del “silenzio” presso diversi popoli, evidenziandone la distinzione ed il loro confronto. Il motivo ispiratore è il tacere di Giobbe durante il suo calvario e poi il silenzio di Dio, contestato da altri di poca fede, in quanto considerato come assenza del Suo intervento contro le ingiustizie. Il piano dipinto si distende a inglobare, in una specie di schermo, le evidenze grafiche e di scrittura di civiltà diverse, riunite idealmente
dentro un’analisi del significato del silenzio, quale condizione preliminare all’approfondimento di ragioni che riconnettono l’uomo alla sfera del trascendente (resa percettibile dalla figura di Cristo, nella seconda opera), staccandolo dalla morbosa adesione alle ragioni di una società edonistica. 
Alberto De Crescenzo dipinge la sofferenza inquadrando l’inquietudine della vita quotidiana, in persone che si muovono in uno scenario contrassegnato dal buio del fondo, dal quale aggettano in movimenti che li rendono incuranti degli altri anche se sono ritratti in gruppo. Un elemento di sofferenza è anche la solitudine, che spinge l’uomo a esaltare sempre più la propria individualità. La superficie è una pellicola attraverso cui l’artista fa fluire il senso della sua partecipazione al problema affrontato. La pennellata accarezza la tela per successivi passaggi, capaci di dare corpo alle anatomie e tono ai tratti fisionomici, dentro una figurazione che ritrae il reale per rinviare all’ideale. L’artista innesta la figura umana nella fisicità di un paesaggio che mantiene sottotono i suoi caratteri costitutivi, spoglio ed essenziale, giocato sulle tonalità scure.
Leonida De Filippi coglie nella dinamica del bianco e nero e nella logica delle immagini retinate, tipica della fotografia (da cui questa pittura deriva direttamente), il tratto fisionomico dei volti ritratti, sgranando al massimo la figura. E’come se il dato dell’identità iniziasse un processo di sgretolamento e di frammentazione dell’integrità, sotto l’urto di fatti esistenziali dolorosi. In tale contesto il volto si mantiene su una soglia che può improvvisamente prendere corpo in contorni decisi, rafforzata dalla fede, oppure scomparire nell’indistinto di uno stato di rassegnazione e abbattimento. Il bianco ha un ruolo fondamentale perché diventa, oltre che superficie riflettente, anche una sorta di realtà sindonica, in cui l’immagine si attesta al livello di una definizione in divenire.
Claudio Mario Feruglio innesta il suo concetto di infinito nel mondo determinato della fisicità: ampie aperture che illuminano orizzonti in cui il fuoco del tramonto non dice solo della fine di una giornata ma si fa auspicio per quella successiva.

Tutti gli elementi del paesaggio, dal contorno dei rilievi all’albero, sono gregari rispetto al protagonista assoluto che è la luce, intesa come fonte di verità alla quale guardare anche nelle situazioni di miseria e disagio. La pittura si caratterizza per una stesura che è pura vibrazione di superficie, un velo che induce all’”oltre”, una molla intellettuale che spinge a guardare all’essenza i problemi per poterne esorcizzare gli effetti negativi. L’acrilico e il pastello secco danno, in misura diversa, una particolare connotazione di profondità ai quadri, in cui c’è una singolare congiunzione, attraverso il nero, tra terra e cielo.
Roberto Fontana va decisamente contro corrente. Il suo interesse è per ambiti di solito rimossi dalla sensibilità giovanile e dall’area ispirativa nel mondo dell’arte: dipinge così corpi non più giovani e invitanti, oppure segnati da un’evidenza ossessiva di muscoli e nervi in tensione, nudi femminili marcati da una rilevante mascolinità e nudi maschili talora percorsi da piagature della pelle come sintomi di morbi in espansione. Disloca le sue figure in una sorta di studio di posa in cui la luce, invece che accarezzare i lineamenti, esaspera le disarmonie protendendo talora le forme in esiti irreali oppure intessendo dorsi e petti di un’impalcatura muscolare poco probabile, soprattutto considerando le peculiarità dei soggetti trattati.
Omar Galliani immerge le sue figure in un’atmosfera dove la celebrazione massima del silenzio avviene sull’onda di un tratteggio che dà corpo e volume alla presenza femminile, dislocandola in un ambito, nel quale si alimenta di luce e sembra ampliare una gamma di colori solitamente declinante verso il monocromo. L’idea trasmessa dalla composizione è di un sostanziale invito a un viaggio fantastico nelle lande del mito e in quelle orientali. Qui, secondo l’artista, è possibile trovare linfa e ispirazione per una riflessione proficua nei territori espressi dal passo di Giobbe. Nel “Cavaliere dell’ellisse” la pittura vive su una luminosità diffusa, che dal basso sospende la figura in una temperie metafisica, mentre in “Oltremare” il volto estatico è sinonimo di silenzio nella compenetrazione del problema teologico e spirituale in genere.
Klaus Karl Mehrkens elegge le persone di colore a simbolo di tutte le diversità. Nella marcatura ossessiva della distinzione cova spesso il senso del disagio esistenziale. La figura si precisa e aggetta da una serie di pennellate multiple, che creano una griglia di sostegno all’immagine stessa. L’impasto diffuso sulla tela è la materia magmatica da cui, quasi per un miracolo genetico, si sbalzano le presenze: volti squadrati da tocchi di pennello che percorre nella variabilità della sua consistenza, grassa o acquosa, la necessità di dar corpo alla fisionomia espressa. E così si delinea l’opera, senza indugio sul dettaglio fisionomico, in composizioni che nascono dalla stessa miscela di tinte, distese sulla tela fino all’assunzione di una forma uscita dal magma cromatico.
Marco Monaldi presenta due situazioni psicologiche di fronte a elementi di tormento: da una parte (nell’opera quadrata) la rassegnazione, esasperata nella rappresentazione dal fatto che la luce colpisce da dietro la figura, con il capo reclinato verso il buio, distinto mediante un elemento tondo dalle fiamme, piccole minuscole lingue di fuoco che ardono oltre il limite della scansione geometrica circolare.

Nella seconda opera è invece la “rabbia” a connotare il dinamismo del dipinto, immerso in un ambiente dominato dalla dialettica stridente tra zone chiare e zone buie. L’immagine vive una drammaticità di fondo proprio nel suo essere fortemente contrastata negli effetti di luminosità, che amplificano le risonanze significanti del quadro.
Valentin Oman colloca la figura in un’aura di attesa, quasi su un crinale: al di là di questo svanisce nell’indistinto di una profondità misteriosa, al di qua si precisa in forma definita e nitida. E’ un po’ la situazione oggettiva dell’uomo contemporaneo, reso precario nella sua esistenza dalla problematica del reale, con cui si confronta quotidianamente in una battaglia che impegna risorse fisiche e spirituali. L’opera espone alla luce una matericità sottile, derivata anche dalla tecnica a strappo in cui consiste il tipo di figurazione dell’artista. Il livello fisico della pittura è prodotto anche con la sovrapposizione del collage e con l’attraversamento della superficie dalle righe di scrittura; queste rappresentano il dato della comunicazione che sopravvive all’artefice medesimo, cioè all’uomo.
Bruno Paladin svolge una ricerca artistica con riflessi multimediali. Utilizzando anche molteplici materiali che fa entrare in combinazione significante, crea una sorta di schermo composto da più riquadri, dove minimi elementi figurali, tracce di scrittura, segni incisi e in rilievo mettono in evidenza il dato di una storia tormentata da sofferenze di ogni tipo, innanzitutto quelle derivate dai conflitti armati. Nell’opera dell’artista c’è anche il tratto fondante di una positività con cui viene considerata la vita: come un quadro formato da molteplici sezioni contenenti la struttura di una costruzione, di un progetto. E’sulla prospettiva futura che si gioca la possibilità di riscatto; per questa occorre l’apporto della fede.
Antonio Sgarbossa ferma nella pellicola della sua pittura momenti di vita cittadina, in cui ritrae espressioni di persone, frenesie di movimenti indotte dalle logiche contemporanee del lavoro, delle relazioni interpersonali e sociali. Lo strato finissimo della stesura si presenta come una pellicola che lascia scorrere immagini, in cui si può leggere il disagio di essere inseriti in meccanismi nei quali l’individuo è parte passiva, in quanto si fa trascinare dagli eventi. La gamma cromatica sembra ridotta alle tonalità della terra, invece è formata da una serie cospicua di interventi, che fanno pulsare la pittura di numerosi riflessi.
Marco Tamburro conduce un’indagine serrata sulla dinamica che lega il singolo al gruppo sociale, l’uomo all’ambiente urbano in cui si trova a operare. Qui hanno origine spesso i tormenti dell’uomo d’oggi. Mantenendosi aderente a una gamma cromatica governata dalla logica del bianco e nero, l’artista attua talora alcune inserzioni specialmente di rosso, che hanno un puro valore segnaletico all’interno del quadro. La figurazione è sottoposta a un turbinio vorticoso che coinvolge tutti gli elementi del paesaggio ed esprime la cifra di una riconoscibilità nella visione globale dell’opera, ma a distanza ravvicinata mostra porzioni astratte di grande forza nel gesto e di energia nel segno.
Etko Tutta attua da tempo una ricerca nei generi della pittura, della scultura, della grafica, della computer-art; le tensioni derivate dalle diverse discipline convergono tutte nelle realizzazioni dell’artista. Queste hanno un impianto dove il quadro si presenta come un monitor, nel quale le immagini paiono fermarsi in una sorta di frame, di sequenza; qui è individuabile una serie fittissima di piccoli simboli del quotidiano, incanalati in una specie di circuito, dove fluttuano, in un senso e nell’altro, minimi richiami figurali alla vita di ogni giorno. La funzione del dato simbolico è amplificata dal fondo rosso, rinvio allusivo all’itinerario tra passione e sofferenza; all’interno si innesta tutta una serie di idee, raccolte nella realtà del vissuto e proposte come modelli di un mondo raccolto in un compendio geometrico.


(1) Il libro è formato da 42 capitoli, così distinti: un prologo (capp. 1-2); tre cicli di discorsi (capp. 3 ^ 31) - con un inno sapienziale come intermezzo (cap. 28) - di Giobbe con tre dotti amici; un supplemento, in cui il maestro Eliu delinea il valore pedagogico del dolore (capp. 32 ^ 37); un epilogo, che evidenzia lo stato di benessere dopo la sofferenza del dramma. (capp. 38 ^ 42).
(2) La trascrizione della parola “silenzio”, nell’alfabeto dell’Associazione Fonetica Internazionale, è una provocazione concettuale, proprio perché indica il tacere; eppure viene scritta secondo le regole fonetiche per poter essere pronunciata. Nell’intenzione dell’artista, ciò mira a rafforzare il significato del termine, suggerendo al fruitore una maggiore riflessione, dando per così dire “voce” al silenzio.    
(3) V e III secolo a. C.
(4) Gli studiosi lo hanno chiamato non a caso Dialogo di un suicida con la sua anima.
(5) GIANFRANCO RAVASI, Bibbia e sofferenza - La roccia da scalare, Morcelliana, Brescia, 2006, pag. 3.

 

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Dal Gazzettino

Sesto al Reghena
È ormai un appuntamento di grande rilievo culturale la Mostra Internazionale d'Arte Sacra che ogni anno si tiene nel Salone della Foresteria Abbaziale di Sesto al Reghena e che verrà inaugurata sabato 24 novembre. L'obiettivo dell'amministrazione è quello di costituire un nucleo permanente di arte sacra nel comune, in modo da dar vita ad un museo fruibile quotidianamente dalla gente.

Ogni anno vengono acquisite alcune delle opere ospitate nella rassegna d'arte sacra, proprio con l'intento di dare vita ad un museo stabile. Si tratterebbe di un progetto pilota, in quanto in Italia sono pochissimi i musei attualmente dedicati all'arte sacra contemporanea.

L'attuale edizione della mostra, la sesta, è stata realizzata da Aura, Associazione Artistico Culturale del Friuli Venezia Giulia, nella persona del presidente Claudio Mario Feruglio, in collaborazione con il Comune di Sesto al Reghena con il contributo della Regione.La mostra, curata da Ezio Santese, può vantare la presenza di artisti di calibro sia a livello nazionale che internazionale: Luca Alinari Bluer, Bruno Ceccobelli, Antonio Crivellari, Alberto De Crescenzo, Leonida De Filippi, Claudio Mario Feruglio, Roberto Fontana, Omar Galliani, Klaus Karl Mehrkens, Marco Monaldi, Valentin Oman, Bruno Paladin, Antonio Sgarbossa, Marco Tamburro, Etko Tuta. Tutti si sono cimentati nella traduzione artistica dei passi biblici che toccano il tema del male e della giustizia.Il tema ispiratore è il Libro di Giobbe che fa parte dei sette Libri Sapienziali contenuti nell'Antico Testamento, il cui personaggio principale è Giobbe, eroe dei tempi antichi, che si pensava fosse vissuto nell'epoca patriarcale ai confini tra l'Arabia e il paese di Edom, regione famosa per i suoi sapienti. La tradizione lo considerava un grande giusto rimasto fedele a Dio in una prova eccezionale.Soddisfazione viene espressa dal vicesindaco e assessore alla Cultura, Diego Peressutti, per la continuità di questa iniziativa, diventata un appuntamento imprescindibile per gli amanti dell'arte sacra, e non solo. La mostra rimarrà aperta fino a domenica 6 gennaio 2008.

Michela Sovrano