| Amos Crivellari - Oltre lo scatto - Foto d'Autore Salone della Foresteria Abbaziale - 6-28 settembre 2008

Immagine realizzata in Piazza Castello, nel corso del concerto dei Marlene Kuntz, Sexto 'nplugged 2008.
Inaugurazione sabato 6 settembre 2008, ore 18. 
nella foto, Amos Crivellari consegna all'Amministrazione Comunale di Sesto al Reghena, rappresentata dal vice sindaco ed assessore alla cultura Diego Peressutti, una copia dell'immagine simbolo della mostra, dedicata proprio a Piazza Castello. Presentazione critica di Chiara Tavella 

Commento musicale composto ed eseguito da Alfonso Zanier - liberamente ispirato dalle opere di Amos Crivellari registrato presso il "Ponci Record Service" Orari Venerdì e sabato dalle 16 alle 19 Domenica dalle 15 alle 19 Info Pro Sesto 0434 699134 pro.sestoalreghena@libero.it 
Amos Crivellari, nato nel 1943, vive e lavora a Casarsa della Delizia. Attivo in fotografia dalla fine degli anni '70, dopo un primo periodo in bianco-nero, dal 1993 inizia la sperimentazione a colori, riprendendo soggetti luminosi colorati durante le ore serali o notturne, in modo dinamico tramite un movimento ispirato con la fotocamera, con cui crea le prime immagini di tipo astratto-cromatico, paragonabili a opere pittoriche. Nel 1995 inaugura a Casarsa la prima mostra personale di questo genere, seguita negli anni da molte altre, allestite in importanti gallerie d'arte e in vari luoghi pubblici e privati. Nel 1998 una sua opera partecipa alla "Prima Biennale d'Italia di Arte Contemporanea" indetta dal Trevi Flash Museum (PG). Dal 1999 espone all'annuale rassegna "Arte Padova" e, dal 2001 al 2003, alla rassegna "ArteExpo" di New York. Nel 2006 è presente in due collettive a Firenze e a Moggio Udinese, e nel 2007 ha allestito una personale presso i locali di Cà Lozzio Incontri - Piavon di Oderzo (TV) insieme al fratello Antonio, partecipando poi alla collettiva "Saluti ad Arte" organizzata da Eco d'Arte Moderna - Firenze. 

Successivamente, nel 2008, ha inaugurato un'altra personale a Motta di Livenza, ospite del locale Circolo Fotografico. Ha poi ottenuto un premio nella manifestazione "Premio Italia per le Arti Visive" - XXIII edizione - tenutosi a Capraia Fiorentina. Delle sue opere si sono interessati ed hanno scritto diversi critici, operatori culturali e giornalisti. 
Per noi il quadro è la vita stessa intuita nelle sue trasformazioni dentro all’oggetto e non al di fuori Umberto Boccioni (citato in: M. De Micheli, Le avanguardie artistiche del Novecento, Feltrinelli, Milano 1990) Siamo abituati a pensare che il “fotografo”, intendendo qui in senso lato colui che compie l’atto di fotografare, si ponga di fronte alla realtà e scatti! Ossia selezioni una configurazione momentanea del reale per estrapolarla dal flusso del tempo e conservarla a “perenne memoria”. Da cui la poetica, giustificatissima e sostanziale nel percorso della fotografia, del “momento decisivo” – vedi, uno per tutti, Cartier-Bresson. Amos Crivellari fa esattamente il contrario, lascia per così dire che il tempo entri nell’inquadratura, e tuttavia resta fedele a ciò che è l’essenza della fotografia: pochi altri lavori, come il suo, si attagliano infatti alla definizione di “scrittura di luce” – e questo per sgombrare il campo, se ancora ce ne fosse bisogno, da pregiudizi persistenti tra i puristi della materia, che guardano con un certo disprezzo ogni operazione non “ortodossa”, segnando a dito qualsiasi rielaborazione, non solo quelle digitali. Ribadiamolo: non c’è nessun intervento a posteriori nelle immagini di Crivellari, se non in qualche caso la duplicazione in simmetria di alcuni pattern; il suo fare avviene secondo le procedure della fotografia tradizionale, è fondamentalmente una questione di diaframma e otturatore. Semplicemente, l’otturatore resta aperto “per un certo tempo” su una fonte luminosa. Si tratta di luci artificiali – lampioni, insegne luminose, le giostre dei prediletti luna-park – fotografati di sera, al buio; di questo “paesaggio” resta a volte, nell’immagine, qualche traccia, una figura umana, un edificio appena abbozzato, un’insegna parzialmente leggibile – questo soprattutto nei primi esempi da cui ha preso le mosse questa fase della ricerca di Crivellari, risalenti al principio degli anni ‘90. Nei lavori più recenti questa riconoscibilità del soggetto, che del resto non è mai stata importante, si perde completamente; non si perde invece la connotazione di modernità che lo ha sempre caratterizzato: in un paesaggio naturale, o anche antropico ma del passato, certe luci e certi colori non sarebbero possibili né immaginabili. Comunque, l’esito dell’operazione è del tutto astratto e lascia campo a un colore totale, puro e saturo, ottenuto facendo in modo che solo la luce impressioni la pellicola e “scriva” i suoi percorsi immaginari. Immaginari, sì, perché non è la fonte luminosa a muoversi – solo alcune delle prime prove erano fotografie di luci in movimento – ma è il fotografo, con il suo movimento, a imprimere alla luce le sue ondulazioni e a trasformarla in segno-colore. Crivellari usa quindi la luce – le luci colorate – come un pittore userebbe la sua tavolozza, come uno strumento per creare immagini che diventano tutt’altro rispetto a ciò che erano all’origine: punti luminosi che disegnano, sul nero, grafismi, matasse filiformi, misteriose forme involventisi – come in Fluidità, del 2007; oppure sequenze di piani dai limiti geometricamente chiusi, ma intersecati in modi impossibili, lanciati in una spazialità assolutamente irreale e fantastica – soprattutto Aperture, del 2002; e ancora forme più compatte e piene, quasi colate di colore, che si mescolano e si compenetrano; dove basta però un segno minimo, trasparente e leggero come l’ala di un insetto, a smentire la sensazione iniziale di pieno e, con essa, la possibilità di riportare l’immagine al dato reale – vedi per esempio Denominazione, del 2005, che potrebbe evocare un paesaggio desertico ma su cui si libra una incredibile lumeggiatura bianca. 
I ritmi compositivi, come si vede anche da questi brevi accenni alle opere, sono ora lenti, sinuosi e avvolgenti; altre volte rapidi, concitati, addirittura esplosivi. Sempre però il risultato è una forma che, oltre ad essere, come già detto, astratta, rivela una configurazione per così dire provvisoria e transeunte e sembra alludere, più che a oggetti, a momenti o movimenti, come sottolineano anche i titoli in cui frequente ritorna l’uso di sostantivi che si riferiscono a un elemento dinamico, a forme in movimento o a movimenti veri e propri – per esempio Onde e Marina, per il primo caso; Generazione o Accelerazione nel secondo. Non si tratta però mai di “rappresentare”, quanto piuttosto di evocare una segreta configurazione delle cose, che si dà nell’immaginazione, in uno spazio soggettivo e interiore. È qui a mio avviso anche il punto di tangenza della ricerca di Crivellari con il Futurismo, più volte sottolineato dalla critica. Non tanto con le ricerche futuriste sul movimento e la velocità – dove si trattava di fotografare o rendere pittoricamente la forma in movimento, mentre Crivellari si muove lui, sulla forma –; né solo con il movimento virtuale ante litteram delle Compenetrazioni iridescenti di Balla, che pure tornano alla memoria davanti ad alcuni lavori; quanto con aspetti meno eclatanti e più complessi del Futurismo. Penso in particolare alla valenza psicologica del concetto di “simultaneità” in Boccioni, espresso concretamente nelle “linee-forza”: esse traducono, all’interno della staticità della rappresentazione, non solo le posizioni dell’oggetto in movimento nello spazio e nel tempo, ma anche la sua relazione “empatica” con lo spazio, con l’atmosfera, in un continuum dove realtà fenomenica, il suo riflesso pensato, l’“impressione”, e l’emozione che ne deriva, si fondono in un tutt’uno, lo “stato d’animo plastico”. “La realtà oggettiva in movimento è un complesso di forze, direzioni, urti, simpatie, affinità, discrepanze, esplosioni, spessori, levigatezze, pesantezze, elasticità che lo stato d’animo plastico afferra e organizza sino alla trasfigurazione completa degli oggetti che ne sono causa o fondamento” scrive Mario De Micheli a proposito di tale concetto boccioniano. Anche la fotografia di Crivellari ha una simile ambizione, quella di non fermarsi alla superficie dell’impressione, alla restituzione della realtà com’essa si presenta a livello “retinico” – dove, per capirci, secondo gli artisti delle avanguardie storiche si erano insabbiati i futuristi (e dove rischiano a volte di rimanere impantanati anche i cultori della fotografia) – ma di indagare una realtà paradossalmente più vera, catturando quella che si potrebbe definire l’“emozione cromatica pura”: la forza empatica di quegli “urti”, quelle “simpatie”, quelle “affinità” e quelle “discrepanze” di cui è intessuto il paesaggio urbano contemporaneo, liquefatto nella trasmutazione continua dei suoi oggetti artificiali in un potente e inarrestabile flusso di luce-colore.
Chiara Tavella
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