23 settembre 2008
Il cammino delle abbazie - da Rosazzo e Sesto al Reghena

Mostra di pittura - Salone Abbaziale - 4/18 ottobre 2008

Interpretazioni pittoriche di LAURA PESSA e GIANNI DALLA BONA

Presentazione del critico d'arte MARIA LUISA COVASSI CATERISANO

Vernissage: sabato 4 ottobre 2008 - ore 17.30

La mostra rimarrà aperta dal 4 ottobre al 18 ottobre 2008

Orario: giovedì, venerdì, sabato: 15.30 - 18.30; domenica 10-12.30, 15.30-18.30

Info: Pro Sesto 0434 699134 www.prosesto.org  e-mail pro.sestoalreghena@libero.it

Il cammino delle Abbazie (535 kB)

Ecco l'apparato critico di Maria Luisa Covassi Caterisano

E’ un percorso artistico e nello stesso tempo spirituale quello di Laura Pessa e Gianni Dalla Bona. In un’epoca in cui le radici dell’umano si fanno sempre più fluttuanti e l’arte contemporanea è alla ricerca di un ubi consistam e di una cifra che possa connotarla, i due artisti partono in pellegrinaggio lungo il cammino delle Abbazie, affinché la pittura possa diventare rigenerazione e lo spirito possa acquistare luce.
In Laura Pessa il contatto con la spiritualità benedettina dell’Abbazia di Rosazzo era stata una discesa nel profondo. Attraverso un’originale lettura pittorica, era emerso un mondo ancestrale, terribile, primitivo e magico, dove i colori, accesi  e forti, si depositavano sulla tela dopo una sorta di combattimento con l’Angelo.
Qui a Sesto al Reghena la pittura si fa più assorta: la visione si alleggerisce, i gialli, sfumati assieme agli ocra con venature verdi, sfoltiscono l’emozione e la trasportano nei cieli immaginari di chiese sommerse, anelanti ad emergere attraverso un sofferto percorso di elevazione. Qua e là ancora forti pulsioni: il colore canta a volte inni infernali, gli angeli sono senza volto, i paesaggi sono foreste incantate e misteriose.
Ma qualcosa è cambiato: l’uso del colore si è fatto più meditato e meno irruento, steso a larghe campiture con ricerche quasi tonali sembra assorbire il segno che trasporta echi e memorie coniugando la ieraticità delle scene sacre con la visione favolistica di antiche leggende.
Laura cerca di catturare il mistero di quelle forme che appaiono e scompaiono lungo i muri della basilica: i passaggi di antichi re e guerrieri che partivano alla ricerca della fede, la guerra tra il bene ed il male, il prorompere del peccato e l’enigma della clemenza divina.
E’ quasi un cerimoniale di forte impronta rituale: una sorta di teatro medievale fatto di pochi gesti, con rallentamenti e schematizzazioni, dove le figurazioni sono capaci di interpretare l’originale e trovare un calibro tra senso di espressione e consegnarsi a una rappresentazione archetipica in cui il mito incontra la spiritualità.
Ecco allora Otinel e Orlando, Carlomagno e Bellisant immersi in un rosso favolistico dove l’astrazione, però, ha macerato orme, preghiere, aneliti: ecco i blu intensi, profondi del peccato e della sofferenza; quei gialli che si stemperano in una liquidità che anela alla pace, o, perlomeno, all’esterrefatta visione di ciò che è irraggiungibile.

L’Abbazia di Rosazzo aveva ispirato a Gianni paesaggi ridenti, azzurri e verdi, dove siepi e alberi custodivano una delicata intimità e descrivevano un percorso di elevazione che era un’attesa davanti la soglia del mistero sia umano che divino.
Qui a Sesto al Reghena il percorso continua e l’emozione si fa sempre più intensa: dapprima egli si avvicina all’esterno della Basilica, in silenzio, senza fare rumore per non rovinare l’incanto che la circonda: l’abbazia è adagiata in una verde pianura, case si dispongono intorno come una cinta di protezione e omaggio, grandi alberi verdi si riflettono nell’acqua. Gli azzurri del cielo ritmano una visione che cambia lungo le ore del giorno. I colori dell’edificio sono terragni, di gradazioni infinitesimali, fluide. Vi sono candore e purezza, la solitudine è rispetto e dolcezza.
Il paesaggio è pulsazione nell’aria come lo stato d’animo dell’artista che contempla. Ma è anche la gioia ritrosa dell’antico fanciullo che andava alla messa tra stupori ed emozioni.
Poi Gianni entra nella chiesa e guarda i muri con le loro storie, ascolta le pietre, che come egli dice, gli raccontano di lamenti, di canti; gli fanno ascoltare preghiere. Appoggiando l’orecchio al muro sente i monaci lavorare, pregare, cantare: sente i loro passi, le porte che si aprono e si chiudono, l’ora del pranzo e della cena, il momento della preghiera, il suono della campana.
L’anima di Gianni è in tumulto. Eccolo allora nel tentativo di tradurre in pittura tutto quello che ha provato.
Si siede nella penombra: gli affreschi corrosi dal tempo gli aprono il campo per astrarre ciò che ha percepito. E, come se volesse strappare dai muri assonanze, echi e memorie, va alla ricerca della linfa per ricreare la sensazione e l’emozione.
Emergono allora parvenze figurali che perdono nitidezza dei contorni per divenire labili impressioni. La figurazione quasi scompare inghiottita da rapidi segni che stenografano palpitazioni e concitazioni, ora sommersa in plaghe colorate da fremiti e sussulti. Ormai egli insegue vibrazioni e silenzi.
Maria Luisa Covassi Caterisano